• Alessandra Epifanio

L'ansia: una prospettiva evoluzionistica

Aggiornato il: ott 17



I disturbi d’ansia rappresentano il problema singolo della salute mentale più ampio degli Stati Uniti (Barlow, 2002) e più di 19 milioni di americani adulti hanno un disturbo d’ansia ogni anno (National Institute of Mental Health, 2001). L’Italia non si mostra molto lontana da questo panorama. Oltre un soggetto su cinque può andare incontro a un disturbo d’ansia nell’arco della vita si legge sul sito del Policlinico Gemelli di Roma e, nel nostro Paese, quasi un milione di persone soffre di attacchi di panico (Istat, 2006). La letteratura internazionale registra una presenza significativamente maggiore di circa 23 volte in più nelle donne rispetto agli uomini e una percentuale di presenza di panico nell’intera vita che sembra variare tra l’1,5% e il 3/3,5 % (APA, 2014).

Da un punto di vista antropologico l’ansia, insieme alla paura, ha da sempre permesso la sopravvivenza degli individui di fronte a situazioni pericolose per sé e per la specie ed è da considerarsi assolutamente funzionale all’esistenza: un’eliminazione totale non è né possibile né auspicabile. Così come l'eccitazione, l’ansia è infatti una situazione di arousal, ossia di attivazione dell'organismo in risposta a uno stimolo. Il cuore batte più forte, il livello di cortisolo (l'ormone dello stress) sale, il corpo si prepara ad agire. Tuttavia, una reazione acuta da stress, detta anche hyperarousal, genera nell’organismo una reazione di attacco o fuga, che altro non è che una reazione neuronale fisiologica che si manifesta che in risposta a un evento percepito come pericoloso per la propria incolumità o dei propri cari.

Walter Bradford Cannon descrisse per primo questo fenomeno, affermando che gli animali reagiscono alle minacce con una scarica generale del sistema nervoso simpatico, un sistema di controllo che agisce in modo ampiamente inconscio e prepara l'animale a combattere o a fuggire tramite il rilascio di noradrenalina. Il sistema nervoso parasimpatico, di concerto con il sistema nervoso simpatico, attiva poi la reazione "riposa e digerisci" tramite il rilascio del neurotrasmettitore acetilcolina, riportando il corpo all'omeostasi dopo la reazione di attacco o fuga.

L'intensità di emozione indotta dallo stimolo determinerà anche la natura e l'intensità della risposta comportamentale. Per tale motivo le persone con un più alto livello di reattività emotiva possono essere più inclini ad ansia e aggressione, dimostrando le implicazioni di una reazione emotiva appropriata nella reazione di attacco o fuga. Le componenti cognitive specifiche nella reazione di attacco o fuga sono cognizioni negative caratterizzate da: attenzione agli stimoli negativi, la percezione di situazioni ambigue come negative, e la ricorrenza nel ricordare parole negative. Tali distorsione della percezione altera anche la percezione di avere il controllo su situazioni ed eventi, che può non corrispondere alle vere capacità personale, portando ad una sovrastima o sottostima del controllo percepito.

L'importanza del modello descritto da Cannon sta nel fatto che esso identifica con precisione le reazioni psicofisiologiche che intervengono nel caso di pericolo e che, elicitando la reazione di attacco o fuga, pone l'individuo di fronte alla scelta se attaccare o fuggire, decisione che spesso deve essere presa in tempi estremamente rapidi. Tra i meccanismi neuronali che presiedono alla decisione se attaccare o fuggire è stata descritta la Drosophila melanogaster, un circuito neuronale specifico sottostante la fuga e un'altra strategia nota come congelamento (freezing), nella quale l'animale si immobilizza sperando che il predatore non si accorga di lui. Nello specifico, il comportamento difensivo adottato dipende dalla velocità di movimento dell'animale stesso: se la sua velocità di volo è elevata al momento della percezione del pericolo prediligerà la fuga, mentre sceglierà il congelamento se la sua velocità è bassa.

Da un punto di vista antropologico l’ansia, insieme alla paura, ha da sempre permesso la sopravvivenza degli individui di fronte a situazioni pericolose per sé e per la specie ed è da considerarsi assolutamente funzionale all’esistenza: un’eliminazione totale non è né possibile né auspicabile. Qualora i suoi livelli oltrepassino un range di normalità e tolleranza, tali da interferire con il proprio funzionamento quotidiano, è tuttavia indicato intervenire.

Grazie all’utilizzo di protocolli standardizzati, su cui esistono in letteratura numerosi studi (evidence-based) che ne dimostrano la validità e l’efficacia, la Terapia Cognitivo-Comportamentale rappresenta uno degli approcci di elezione nel trattamento (Pompoli et al., 2016). Tra i metodi più efficaci per risolvere i disturbi d’ansia vi sono diverse tecniche di rilassamento che hanno l’obiettivo di alleviare l’individuo dalla tensione e ristabilire il suo equilibrio psicofisiologico tramite azioni volontarie utili a regolare e gestire gli stati di ansia e di stress. Le principali tecniche di rilassamento oggi utilizzate sono: il Training Autogeno di Schultz, il Rilassamento Muscolare Progressivo di Jacobson e la Mindfullness. Tutte queste tecniche sono dei veri e propri allenamenti, auto-indotti, volti a favorire uno stato psicofisico di rilassamento fisico e mentale e a ridurre i livelli di attivazione durante la giornata.

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©2019 di Alessandra Epifanio

Psicologa Psicodiagnosta

Ordine degli Psicologi del Lazio n° 23640